.....Un Ventaglio di Ricordi.....

 

 

"Cavalieri"

Vorrei scrivere una storiella sui bachi da seta da noi nati come i "cavalieri". All'inizio della primavera nelle famiglie dei nostri centri rurali i contadini, e non solo loro, compravano le uova dei bachi a peso o meglio ad "onze". Le riponevano poi dentro a dei sacchetti di tela e se li appendevano al collo, sul petto, e li col tepore emanato dal corpo dopo un certo periodo nascevano le larvette. Allora venivano preparate le stuoie, dette"rele", su cui venivano stese le larve. Queste rele fatte con canne raccolte lungo gli argini dei fossi ed erano tenute insieme con dello spago legato molto stretto. Nella stanza, per ottimizzare lo spazio e quindi allevare il maggior numero possibile di questi animaletti, le rele venivano messe su pił piani, per cosi dire a "castello". Una volta deposte le larve si provvedeva alla raccolta delle "foie di moraro", il gelso, di cui si nutrivano i bachi. Di solito, erano addetti a questa occupazione, le donne e i bimbi della famiglia. Le piante di gelso," i morari", erano conosciute bene da noi bimbi perchč davano dei frutti, delle piccole more, che andavamo in compagnia a raccogliere. Quando i bachi erano cresciuti di misura e mangiavano si diceva"i magna della grossa"e si stava ad ascoltare si poteva udire il brusio delle mandibole. Nella stanza dove erano riposti i bachi bisognava tenere sempre la temperatura costante perchč la cosa che i bachi temevano di pił erano gli sbalzi di temperatura. Succedeva infatti, a volte che un colpo di aria fredda colpisse le stuoie e allora era un disastro perchč gli animaletti si ammalavano, diventavano "vache "e bisognava buttarli via. Man mano che passava il tempo i bachi maturavano, i bozzoli sani si schiudevano e si aveva il filugello. Completavano poi la crescita fino alla maturazione richiudendosi nel loro bozzolo. Allora si portavano nei centri di raccolta, di solito nelle piazze dei paesi. Badia era un grande centro per la raccolta dei bachi, in piazza di fronte alla chiesa sistemavano per terra dei grandi teloni e si compravano questi bozzoli a peso. Vi era poi una cernita dopo la quale venivano spediti nelle fabbriche seriche. Chi, dopo aver allevato con molta cura i suoi bachi, riusciva a venderli, se ne tornava a casa felice per il denaro ricavato, che era un bel guadagno per le magre risorse di quel tempo. Per ricavare il filo di seta dal baco, bisognava ucciderlo senza romperlo, di conseguenza venivano bolliti. La seta grezza era di due colori o bianca o dorata.. L'industria della seta era molto sviluppata in quegli anni e il nostro ambiente, idoneo all'allevamento di questi animali, contribuiva non poco. In seguito  con l'avvento delle fibre sintetiche si produsse una seta sintetica che non č neanche da mettere a confronto con quella naturale.

"La Munega e el Prete"

Non č certo una storia incestuosa quella che vi voglio raccontare, ma la storia di una leggenda legata a S.Giuseppe. Dopo la guerra e nei primi anni cinquanta si vedevano ancora sulle case  segni lasciati dalle bombe e dalle devastazioni. L'economia era ancora quasi esclusivamente rurale, lontano era il boom economico. Il riscaldamento era dato ancora dal "fogolare" e l'unica stanza riscaldata era la cucina. Quando noi piccoli "mezi indormenzą"ci accompagnavano a letto, per arrivarci dovevamo attraversare stanze fredde piene di spifferi e si arrivava nella stanza da letto che era veramente gelata. Ma sotto le coperte c'era qualcuno che ci aspettava per scaldarci ...era la "munega". No non una suora ma una specie di cavalletto di legno dove era appoggiato un braciere con il manico,"la fogara" ,pieno di braci e cenere ("bronze querte dala zenare"). Quando la si toglieva rimaneva un bel caldino sotto le coperte. Si iniziava ad adoperare la munega a fine ottobre, e si teneva fino a S. Giuseppe, a metą marzo, quando il sole ogni giorno regala un raggio in pił. Ecco che anche se c'era un po' di frigiditą e si tirava su col naso via sotto "i nizzoi de canevon" "bei rusposi"si partiva tra le braccia di Morfeo. La storia che ci raccontavano per spiegarci il perchč non veniva pił adoperato questo scaldino era che di notte S. Giuseppe falegname scappava con "le muneghe" e noi piccoli a pensare a questo Santo con la barba che scappava per i campi seguiti dalle suore dell'asilo.

Mondine

Ero una ragazzina quando per la prima volta misi piede in una risaia. Ricordo che partii con mia madre e le mie sorelle in treno da Ceneselli verso il Piemonte non sapendo bene quale lavoro duro  mi aspettasse. Questo rituale del viaggio lo ripetevamo due volte all'anno: in primavera, quando si andava a piantare le piantine e a Settembre, quando era il tempo di raccoglierlo.Entrambi i lavori erano duri, l'unica differenza che ricordo č che andavo scalza a piantare le piantine mentre quando si raccoglieva indossavamo gli stivali. Ogni giorno guadagnavamo un chilo di riso e quello era il cibo che si mangiava durante la settimana mentre alla domenica ci veniva servita la pasta. Eravamo in circa 400 donne per ogni cascina;dormivamo sulle brandine disposte tutte in fila in enormi stanzoni. Dopo qualche giorno dall'arrivo diventavamo tutte amiche ed era sempre un dispiacere separarsi alla fine del lavoro, quando ognuna tornava nei propri paesi. Anch'io da giovane tornavo sempre a Ceneselli ed andavo a lavorare nelle campagne li vicino, finchč non m'innamorai di un signore piemontese e, dopo essermi sposata andai ad abitare in Piemonte.

Tratto da:  Un Ventaglio di Ricordi

   Casa Di Riposo - Badia Polesine 2004